Con un teschio in mano

Versione pre-editing del secondo articolo per Rubric (www.rubric.it), uscito oggi

Quando mi viene chiesto quale sia secondo me il più grande poeta di ogni tempo sono ormai abituata a rispondere “Keats”.

Sono anche in grado di argomentare molto brevemente il perché io lo preferisca a tutti gli altri.

Ho capito con il tempo che fermarsi a discutere l’opportunità (sarebbe a dire la NON opportunità) di un titolo come Il Più Grande Poeta Di Ogni Tempo è senza dubbio fiato sprecato e che quello che viene invece richiesto è solo un nome, sparato come un proiettile da un pistola violenta che non ponga domande prima di prendere la mira. È come quando qualcuno cui sei legato da un rapporto di superficiale conoscenza ti chiede “come stai”; non vuole saperlo davvero, vuole solo che tu risponda “dai, non c’è male” o ancora meglio “tutto bene”. Metterebbe tutti in imbarazzo se tu davvero ti perdessi in lunghe divagazioni sul tuo stato emotivo invece di rispettare i passi prescritti dalla buona educazione.

E nonostante per me, nella mia personale sensibilità, Keats sia davvero il più grande di tutti, non ho in mente una scala sulla quale misurare la statura dei grandi della letteratura e della poesia, e se mi trovassi su una torre dalla quale gettarne alcuni cercherei soltanto la scala per scendere per prima, o finirei per buttarmi io.

Vorrei che non mi venisse mai chiesto di scegliere tra di loro.

Per questo, riflettendo sugli argomenti di cui ciarlare, ho pensato di buttarmi su qualcosa di semplice e sintetico: William Shakespeare.

Credo che con il passare dei secoli ci si sia tutti affezionati all’immagine di Shakespeare che lo vede squattrinato ad impugnare la penna per distrarsi dai morsi della fame. O il riflesso nebuloso di un uomo di cui si sappia poco e niente e del quale si possano solo intuire i contorni, come di una sagoma nel buio, attraverso le sue opere.

Ma la verità, che contraddice il celebre detto secondo cui l’intera vita di Shakespeare si potrebbe scrivere sul retro di un francobollo, è che Shakespeare l’uomo non ha molto di misterioso.

Fu scrittore, uomo di teatro, attore, baciato dal successo mentre era ancora in vita, ammirato a partire dai suoi contemporanei, per proseguire poi, intatto, nei secoli successivi.

Sopravvivono registri che ci raccontano della sua famiglia, quella d’origine e quella da lui costruita, del suo battesimo, del costoso funerale pagato da William per il fratello Edmund, l’unico altro Shakespeare a scegliere il teatro come scuola di vita e morto all’età di ventisette anni, dell’educazione ricevuta e messa ben a frutto e delle noiose avventure economiche, fino alla morte.

Non per questo ovviamente il suo fascino risulta diminuito e se il fascino risiede, almeno in parte, nel mistero, è vero che alcune zone d’ombra rimangono intorno alla sua fulgida luce: la sua grafia, per esempio. Non esiste alcuna sua opera vergata dalla sua stessa mano. Era un uomo di teatro, prima di tutto, e all’epoca le rappresentazioni teatrali vedevano la luce venendo appunto rappresentate, e non scritte o pubblicate. Non aveva alcun interesse per la versione del testo se non quella che veniva pronunciata dai suoi attori. Forse soltanto una sezione del Sir Thomas More immortala graficamente il suo stile di scrittura.

Restano parole completamente misteriose: Shakespeare scriveva in un’epoca durante la quale la lingua inglese si andava riassestando dopo secoli turbolenti, con una struttura che si divincolava dagli influssi anglosassoni cercando un carattere proprio; per dare due numeri aveva a disposizione un lessico che si aggira intorno alle ventimila parole, una cifra piuttosto bassa secondo gli standard di oggi e che dimostra che non è il lessico a fare lo scrittore, ma il modo in cui lo utilizza. Di queste ventimila circa duemila sono tutt’ora in uso nella lingua inglese, mentre più o meno un migliaio vanno interpretate come parole di una lingua perduta, il cui significato possa essere soltanto percepito attraverso sinonimi ed intuito grazie a quello dei termini circostanti.

Quello che rimane il mistero più grande, e probabilmente immortale, di Shakespeare è il perenne effetto che le sue opere ottengono, nonostante lo scorrere dei secoli e le metamorfosi delle culture. Piegando la grammatica ad esigenze metriche e di gusto, ha incastonato le più profonde pulsioni dell’uomo, guidandole in una forma che accoglie il rinnovamento senza abbandonare i miti del passato, ma anzi, offrendo loro un passaggio verso l’eterno potere su tutte le generazioni a venire.

La capacità intrinseca delle opere di Shakespeare di mutare, lasciarsi adattare e reinterpretare nei tempi più disparati e dalle voci più diverse è la loro qualità più magica, che le rende infinite, ponendo lo spettatore o lettore davanti ad un dilemma costante: lasciarsi cullare dal ritmo impeccabile di un verso o permettere che il significato di quel verso risuoni liberamente nel cervello e nel cuore.

Ma c’è un aggettivo solo che si possa accostare a dilemma: amletico.

Un dilemma amletico, in quanto tale, è una drammatica stasi tra due scelte ugualmente argomentate, il difetto che porta al blocco di una mente capace di vedere tutti i lati di un problema. Essere o non essere, capire o sentire?

E non è, un dubbio come questo, un volatile ragionamento che ha il valore di una visione in sogno?

Fermo restando che si tratta soltanto del mio parere, e per di più espresso in maniera estremamente sintetica, la magia di Shakespeare secondo me risiede in questo: nelle frasi e nelle parole di Shakespeare coesistono in pace mille e altri mille livelli di comprensione, alcuni dei quali probabilmente ti echeggiano dentro anche senza che tu te ne renda completamente conto.

Shakespeare è stato in grado di scrivere un sorriso, un pianto disperato, l’amore più completo e la vendetta più cieca in un modo che risulta efficace per tutti gli esseri umani. Ha ingabbiato con carta e penna le emozioni universali, quelle che ci uniscono tutti, quelle che fanno di noi una cosa sola: l’umanità.

È colui che si è avventurato nelle profondità dell’animo umano ed è tornato a raccontarci come vadano le cose laggiù, perché non si sia costretti a farlo noi.

È colui che ha descritto la vita, e come disse Keats Una vita che valga qualcosa è una continua allegoria, e pochissimi occhi possono coglierne il mistero.

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One Comment on "Con un teschio in mano"

  1. pizza7
    09/02/2012 at 10:51 Permalink

    Postato il giorno del mio compleanno, su Shakespeare (su cui sto facendo la tesi). Non avrei potuto chiedere di meglio <3

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